giovedì 29 maggio 2008

Rivascolarizzare le angine stabili solo se sintomatiche nonostante terapia ottimale


Nell'angina stabile l'effettuazione di una rivascolarizzazione percutanea non riduce il rischio di morte, infarto miocardico o di altri eventi cardiovascolari rispetto alla terapia medica ottimale.
Nei pazienti con malattia coronarica (CAD) stabile non è chiaro se un'angioplastica (PCI) "preventiva" seguita da una terapia comportamentale e farmacologica ottimale sia superiore ad una strategia basata sulla sola terapia medica e comportamentale al fine di ridurre il rischio di eventi cardiovascolari.Per rispondere a questo quesito è stato realizzato lo studio COURAGE su pazienti con angina stabile seguiti presso 50 Centri statunitensi e canadesi che hanno reclutato dal 1999 al 2004 2287 paziendi con CAD stabile che sono stati randomizzati a PCI (n=1149) più terapia medica e comportamentale ottimale o terapia medica-comportamentale senza PCI (n=1138).
L'end point primario prestabilito era un indice combinato che comprendeva la morte per tutte le cause e l'infarto (IMA) non fatale durante un follow-up compreso tra 2,5 e 7,5 anni (mediana 4,6 anni).

Si sono verificati 211 eventi primari nel gruppo PCI e 202 in quello della sola terapia medica. Il tasso cumulativo di eventi primari a 4,6 anni è stato del 19.0% nel gruppo PCI e 18,5% in quello della terapia medica (hazard ratio per il gruppo PCI, 1.05; 95% CI, da 0.87 a 1.27; P=0,62). Non sono state rilevate differenze significative tra i due gruppi negli indici compositi comprendenti morte, IMA, e ictus (20.0% vs. 19.5%; hazard ratio, 1.05; 95% CI, da 0.87 a 1.27; P=0.62); nel tasso di ospedalizzazione per sindrome coronarica acuta (12.4% vs. 11.8%; hazard ratio, 1.07; 95% CI, da 0.84 a 1.37; P=0.56); o infarto miocardico acuto (13.2% vs. 12.3%; hazard ratio, 1.13; 95% CI, da 0.89 a 1.43; P=0.33).


Tuttavia un numero significativamente superiore di pazienti nel gruppo terapia medica rispetto a quello PCI ha presentato ischemia sintomatica a 12 mesi dalla randomizzazione (42 vs 36% p<0,001)>

Fonte: NEJM 2007; 356:1503-1516.

Commento di Luca Puccetti

I dati dello studio Courage hanno destato grande scalpore e sono stati anche oggetto di critiche. I risultati sono stati ripresi con enfasi da un ben noto giornale rivolto al pubblico come il Wall Street Journal (1), anche per i risvolti finanziari legati all'ondata di vendite che si è abbuttat sui titoli di alcune aziende che producono STENT. LA PCI si è dimostrata superiore alla terapia medica nella sindrome coronarica acuta e dunque si poteva ipotizzare che una sua applicazione "preventiva" su pazienti con angina stabile possa ridurre gli eventi cardiovascolari. I risultati dello studio COURAGE non sostengono questa tesi. Occorre tuttavia notare che lo studio offre risultati che devono essere interpretrati con cautela in quanto un numero molto più elevato di pazienti randomizzati alla sola terapia medica è stato costretto a ricorrere a procedure di rivascolarizzazione durante lo studio. Questi interventi possono avere pertanto migliorato l'end point predefinito nel gruppo terapia medica. Il fatto che a 5 anni, diversamente da quanto osservato a 12 e 36 mesi, le percentuali di pazienti liberi da malattia non siano risultate significativamente diverse tra i due gruppi risente pesantemente del maggior numero di PCI effettuate negli anni preedenti nel gruppo terapia medica rispetto a quelle effettuati nel gruppo PCI preventiva. La lezione comunque appare chiara: curare il paziente e non la lesione. Un numero troppo elevato di PCI, per sincera convinzione dei medici o per interesssi economici legati alla maggior redittività delle procedure di rivascolarizzazione rispetto alle terapie mediche o per timori di accuse di malpractice, vengono ancora praticate su pazienti asintomatici.Lo studio COURAGE ci sostiente nel raccomandare nell'angina stabile una strategia basata PRIMA sull'applicazione a tutti i pazienti delle corrette misure atte a migliorare lo stile di vita ed a garantire una terapia medica ottimale. Solo se queste misure non riescono a controllare i sintomi anginosi in modo soddisfacente per il paziente allora può essere appropriato eseguire una rivascolarizzazione al fine di controllare meglio i sintomi, senza timori che una tale condotta più "conservativa" comporti un rischio di aumento della mortalità o del reinfarto. Inoltre una tale strategia comporta un risparmio in quanto consente di non effettuare PCI in pazienti che non ne hanno bisogno.


Referenze1) http://online.wsj.com/PA2VJBNA4R/article/SB117492543329349148-search.html?KEYWORDS=Boden&COLLECTION=wsjie/6month

Angina pectoris


E’ il dolore di petto, che indica problemi a livello delle coronarie.Le coronarie sono arterie che circondano il cuore. In esse scorre il sangue che va a "nutrire" il cuore.Le coronarie, come gli altri vasi, possono andare incontro a restringimenti, a causa della formazione di placche aterosclerotiche o a completa ostruzione.Nel caso dei restringimenti l’afflusso di sangue al muscolo cardiaco si riduce.In taluni casi la "sofferenza cardiaca" non si evidenzia con dolore al petto.Questa situazione è detta ISCHEMIA SILENTE.
Perché alcuni pazienti non avvertono dolore?
Ad eccezione di casi particolari in cui ci può essere un’alterazione dell’innervazione al cuore, il fenomeno non trova una facile risposta.In alcuni soggetti la spiegazione risiederebbe nella soglia per il dolore più alta (elevata produzione di endorfine, sostanze antidolorifiche).
Quanto è frequente l’ischemia silente?
Non esiste un dato di incidenza . Si parla di una percentuale compresa tra il 2% ed il 12%.E più facile riscontrare l’ischemia silente in persone che hanno già sofferto di un episodio acuto ( angina o infarto miocardio ).
Mediante quali test può essere messa in evidenza l’ischemia silente?
Test da sforzo con il cicloergometro ( bicicletta ) o con il tappeto scorrevole. ECG dinamico ( detto anche ECG Holter ); registrazione in continuo di un ECG di norma per 24 ore.
Quali provvedimenti adottare nel caso della presenza di episodi di ischemia silente?
Il medico curante prescriverà una terapa.Sarà inoltre necessario agire sui fattori di rischio:- instaurando una dieta a basso contenuto di grassi. Se la colesterolemia fosse elevata è ncessario instaurare una terapia farmacologica; - intraprendendo una moderata attività fisica; - attenuando le attività stressanti; - normalizzando la pressione arteriosa; - riducendo il peso corporeo, se in sovrappeso; - elimin ando il fumo.
Sono più gravi gli episodi ischemici con dolore o quelli senza?
Il dolore ischemico cardiaco ha un significato, in ultima analisi, "protettivo", poiché con la sua comparsa induce il paziente a interrompere la sua attività e a ridurre così il lavoro del cuore, che risente quindi meno del ridotto apporto di sangue.In assenza di dolore il paziente continua invece tranquillamente nella sua attività, senza accorgersi che il suo cuore è in una situazione di sofferenza. Si comprende quindi come un episodio ischemico cardiaco senza dolore sia da considerarsi decisamente più pericoloso.
Fonte: Cardiologia , Policlinico San Pietro , Ponte San Pietro , Bergamo

Nuove linee guida per l’angina instabile e NSTEMI: raccomandazioni per la terapia antiaggregante ed anticoagulante

L’American College of Cardiology ( ACC) e l’American Heart Association ( AHA ) hanno aggiornato le linee guida per l’angina instabile / infarto miocardico senza sopraslivellamento ST ( NSTEMI ).Da studi angiografici ed angioscopici è emerso che l’angina instabile e NSTEMI sono spesso il risultato della rottura di una placca aterosclerotica, che da avvio ad una cascata di processi con conseguente riduzione del flusso coronarico.L’incidenza di mortalità per queste due forme di sindrome coronarica acuta è del 5% a 3 mesi.Rispetto alla precedente edizione l’antiaggregante piastrinico Clopidogrel trova maggiori impieghi, mentre subiscono limitazioni gli antagonisti del recettore della glicoproteina IIb/IIIa.In presenza di sintomi che possono far ipotizzare un’angina instabile o NSTEMI viene raccomandato di assumere prontamente l’Aspirina ( dosaggio iniziale: 162 – 325 mg, seguito da un dosaggio di mantenimento di 75-160 mg/die ). Nei casi di ipersensibilità o intolleranza gastrointestinale può essere impiegato in sostituzione dell’ Acido AcetilSalicilico) ( ASA ) il Clopidogrel , un antagonista del recettore piastrinico dell’adenosindifosfato (ADP).Il Clopidogrel è da preferire alla Ticlopidina, per il suo più rapido effetto antiaggregante piastrinico e per il suo miglior profilo di sicurezza.Sulla base dei risultati dello studio CURE , è raccomandato l’impiego del Clopidogrel in aggiunta all’ASA nei pazienti con angina instabile e NSTEMI. Per rendere più rapida l’azione del Clopidogrel è consigliabile la somministrazione di una dose di carico ( 300 mg ) , seguita da una dose di mantenimento di 75 mg/die.Non è ancor ben definito per quanto tempo il Clopidogrel debba essere assunto, ma è noto sempre dallo studio CURE , che, qualora si opti per un approccio non interventistico, un approccio questo seguito da molti ospedali, il farmaco può essere assunto per almeno 9 mesi con effetti favorevoli.Qualora risulti indicat o l’intervento percutaneo di rivascolarizzazione coronarica, viene raccomandata la somministrazione del Clopidogrel in associazione con ASA per almeno 1 mese e poi, tenendo conto del rischio emorragico del paziente, fino a 9 mesi.Nel caso di documentata angina instabile / NSTEMI è necessario aggiungere all’ASA o al Clopidogrel l’eparina non frazionata per via endovenosa o un’eparina a basso peso molecolare per via sottocutanea.Gli antagonisti del recettore della glicoproteina IIb/IIIa ( Eptifibatide , Tirofiban ) dovrebbero essere somministrati in aggiunta all’ASA e all’eparina nei pazienti con ischemia ad alto rischio e nei pazienti in cui viene pianificato un intervento coronarico percutaneo ( PCI ).L’Abciximab trova impiego nei pazienti con angina instabile /NSTEMI che nelle successive 24 ore devono essere sottoposti ad intervento percutaneo.I pazienti che assumono il Clopidogrel e per i quali è stato pianificato un intervento chirurgico di by-pass ( CABG), dovrebbero sospendere il farmaco per 5-7 giorni.
Fonte: Amercain College of Cardiology & American Heart Association

Aggiornamento delle linee guida sull’ angina instabile e sull’infarto miocardico senza sopraslivellamento ST

L’American College of Cardiology ( ACC ) e l’American Heart Association ( AHA ) hanno aggiornato le linee guida sull’angina instabile e sull’infarto miocardico senza sopraslivellamento ST ( NSTEMI ) .L’angina instabile e l’infarto miocardico senza sopraslivellamento ST presentano una base comune , anche se l’infarto miocardico NSTEMI produce un danno permanente. Da studi angiografici ed angioscopici è emerso che l’angina instabile e NSTEMI spesso sono il risultato della rottura di una placca aterosclerotica, che da avvio ad una cascata di eventi con conseguente riduzione del flusso coronarico.L’incidenza di mortalità per queste due forme di sindrome coronarica acuta è del 5% a 3 mesi. Rispetto alle precedenti linee guida viene ad essere limitato l’uso degli inibitori del recettore delle glicoproteine IIb/IIIa ( Eptifibatide , Tirofiban ).L’Abciximab trova ancora indicazione ma solo quando l’intervento coronarico percutaneo ( PCI ) è programmato entro 24 ore.Viene invece ampliato l’impiego del Clopidogrel.Anche se l’Acido Acetilsalicilico ( ASA ) rimane il farmaco di scelta , il Clopidogrel trova indicazione nei casi d’ipersensibilità o intolleranza gastrointestinale all’ASA .Inoltre sulla base dei risultati dello studio CURE , è raccomandato l’impiego del Clopidogrel in aggiunta all’ASA nei pazienti con angina instabile e NSTEMI Qualora risulti indicato l’intervento percutaneo di rivascolarizzazione coronarica viene raccomandata la somministrazione del Clopidogrel in associazione con ASA per almeno 1 mese e poi, tenendo conto del rischio emorragico del paziente, fino a 9 mesi.Le nuove linee guida consigliano la cateterizzazione cardiaca nell’ identificazione dei pazienti a rischio che potrebbero beneficiare degli interventi coronarici percutanei o del by-pass.Le statine sono utili nel ridurre il rischio dei pazienti con alti livelli di colesterolo LDL.Carlo Franzini
Fonte : American College of Cardiology & American Heart Association

L’anemia è un predittore indipendente di eventi avversi maggiori nei pazienti anziani con angina cronica

L’anemia è associata ad un outcome ( esito ) non favorevole nei pazienti con insufficienza cardiaca dopo infarto miocardico o angioplastica. La prevalenza dell’anemia aumenta con l’età. Uno studio condotto da Ricercatori dell’Ospedale Universitario di Basilea, in Svizzera, ha valutato l’impatto dell’anemia sull’outcome, nel lungo periodo, tra i pazienti anziani con malattia coronarica. L’outcome correlato all’emoglobina è stato esaminato in 253 pazienti dello studio TIME. I pazienti di età uguale o superiore ai 75 anni sono stati assegnati in modo casuale ad una strategia medica invasiva o ottimizzata, e seguiti per 4 anni ( valore mediano ) per mortalità, infarto miocardico non-fatale o ospedalizzazione per malattia coronarica.
L’anemia è stata definita come valore di emoglobina inferiore a 13g/dl per gli uomini ed inferiore a 12 per le donne. Rispetto ai pazienti non-anemici, quelli con anemia precedentemente non nota erano più anziani ( 79 versus 80 anni ),
avevano una maggiore probabilità di presentare insufficienza renale cronica ( 6.7% versus 26.4% ) e diabete ( 18.9% versus 30.1% )
e di avere più di 2 comorbidità ( 21.7% versus 38.4% ).
Dopo aggiustamento, una riduzione di 1g/dl di emoglobina era associata ad un aumento del rischio di morte per tutte le cause del 34%, di morte cardiaca del 28%,
e di eventi avversi clinici maggiori nei pazienti con livelli di emoglobina inferiori a 13.3g/dl del 23%.
I dati dello studio hanno dimostrato che l’anemia è un predittore di morte e di eventi avversi clinici maggiori tra i pazienti anziani con malattia coronarica stabile, sintomatica.

Muzzarelli S et al, Am Heart J 2006

Aneurismi dell’aorta addominale: la terapia




Una messa a punto su alcuni aspetti critici degli aneurismi dell'aorta addominale. In questa terza parte si parlerà della terapia.

Esiste una terapia medica degli aneurismi dell’aorta addominale?
Alcuni studiosi canadesi hanno utilizzato il propanololo per prevenire la dilatazione degli aneurismi in un RCT [1] in doppio cieco su oltre 500 pazienti con piccoli aneurismi asintomatici (diametro 3 - 5 cm) . Il protocollo prevedeva una ecografia ogni 6 mesi e l’intervento se il diametro superava i 5 cm. Alla fine dello studio (2,5 anni) la mortalità globale fu simile in entrambi i gruppi cosi’ come la frequenza di interventi chirurgici. Tuttavia si ebbe una elevata percentuale di drop-outs (quasi il 40%) nel gruppo propanololo a causa degli effetti collaterali; se ci si limita a considerare la frequenza dell’intervento chirurgico ai pazienti che continuarono il trattamento attivo, essa fu minore nel gruppo propanololo (35 interventi versus 55, p = 0,02). La somministrazione del betabloccante non migliorava quindi la prognosi dei piccoli aneurismi, ma riduceva il ricorso alla chirurgia nei pazienti che tolleravano il trattamento. Tuttavia, almeno teoricamente, tutti i farmaci che agiscono riducendo la pressione arteriosa potrebbero essere utili nel ridurre il rischio evolutivo verso la rottura.

Uno studio caso-controllo [2] su oltre 15.000 pazienti (età > 65 anni) ricoverati per aneurisma (in fase di rottura o non) ha cercato di far luce sulla questione. Dopo aver aggiustato i dati per vari fattori confondenti gli autori hanno trovato che l'uso degli aceinibitori era associato ad una riduzione del rischio di rottura del 18% (IC95% dal 10% al 26%). Al contrario questo effetto protettivo non era evidente per altri farmaci antipertensivi compresi tiazidici, alfa e beta - bloccanti, calcioantagonisti e sartani.
Ovviamente trattandosi di uno studio osservazionale questi risultati vanno interpretati con cautela. Si può ipotizzare che gli aceinibitori riducano il rischio di rottura di un aneurisma indipendentemente dall'effetto ipotensivo? Se fosse così si potrebbe spiegare perchè gli stessi risultati non sono stati osservati con gli altri antipertensivi. Una risposta però dovrebbe venire da studi di tipo randomizzato e controllato progettati ad hoc.

Quale terapia chirurgica?

Gli AAA possono essere trattati o con l'intervento tradizionale a cielo aperto (posizionamento di un rinforzo o patch di dacron o simili) oppure con un intervento per via endovascolare (attraverso l'arteria femorale) con l'inserimento di una endoprotesi. Per stabilire quale dei due approcci sia preferibile sono stati effettuati i due studi EVAR [3,4].
Nello studio EVAR 1 [3] sono stati arruolati poco più di 1.000 pazienti (età > 60 anni)che avevano un AAA del diametro di 55 mm o più, randomizzati a intervento chirurgico classico oppure a quello con endoprotesi. L'end-point principale dello studio era la mortalità totale, end-point secondari erano la mortalità specifica, le complicanze post-operatorie, i costi e la qualità di vita. Dopo un follow-up di 4 anni la mortalità totale non differiva tra i due gruppi mentre quella specifica (cioè dovuta all'aneurisma) era minore nel gruppo endoprotesi (4% vs 7%; p = 0,04). Tuttavia le complicanze post-operatorie nei 4 anni erano più frequenti nel gruppo endoprotesi (41% vs 9%; p < 0,0001). A 12 mesi la qualità di vita era simile nei due gruppi. Gli autori concludono che il trattamento endovascolare non porta a vantaggi per quanto riguarda la mortalità e la qualità di vita, costa di più ed è gravato da un maggior numero di complicanze post-operatorie e di reinterventi, anche se migliora la mortalità specifica.
Del resto già nello studio DREAM, su oltre 350 pazienti, si era visto che il vantaggio in termini di sopravvivenza, evidenziato nel primo anno post-operatorio con l'approccio endovascolare, non si manteneva a due anni [5].Nello studio EVAR 2 [4] sono stati arruolati 366 pazienti con aneurisma di 55 mm o più che però avevano delle controindicazioni al trattamento chirurgico classico, randomizzati ad endoprotesi oppure a nessun intervento. A 4 anni di follow-up non si osservò nessuna differenza tra i due gruppi per la mortalità totale e neppure per quella correlata all'aneurisma. Anche la qualità di vita non differiva tra i due bracci.
In conclusione nei pazienti operabili l'intervento chirurgico tradizionale sembra preferibile perchè nel lungo termine le complicanze post-operatorie sono minori; con l'intervento per via endovascolare, pur essendoci una riduzione della mortalità specifica, non si ha nessun vantaggio su quella totale. L'intervento di endoprotesi può essere proposto ai pazienti che lo preferiscano e che vogliono evitare l'intervento a cielo aperto, dopo averli informati che potrebbero andar incontro ad un maggior numero di complicanze post-operatorie o di reinterventi nel lungo termine. Nei pazienti che hanno delle controindicazioni all'intervento l'endoprotesi non sembra portare a vantaggi sostanziali rispetto al non intervento, comunque questo dato va preso con cautela in quanto la casistica arruolata nell'EVAR 2 era abbastanza limitata e, forse, insufficiente ad evidenziare differenze tra i due gruppi.E' interessanti riportare anche le conclusioni a cui giunge una revisione sistematica della letteratura:[6]
1. la riparazione di aneurismi di calibro inferiroe ai 5,5 cm non ha dimostato di migliorare la sopravvivenza
2. l'intervento per via endovascolare è associato ad una minor mortalità operatoria rispetto all'intervento a cielo aperto, ad una mortalità simile nel medio termine mentre non sono noti i dati a lungo termine
3. la riparazione per via endovascolare non ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza nei soggetti in cui l'intervento a cielo aperto è controindicato4. sono necessari dati a più lungo termine per paragonare le due metodiche5. sono necessari altri studi per paragonare la riparazione endovascolare con l'osservazione in pazienti ad elevato rischio operatorio
Renato Rossi

Referenze1. Journal of Vascular Surgery 2002 Jan; 35: 72
2. Hackam D et al. Angiotensin-converting enzyme inhibitors and aortic rupture: a population-based case-control study. Lancet 2006 Aug 19; 368:659-6653. EVAR trial participants. Endovascular aneurysm repair versus open repair in patients with abdominal aortic aneurysm (EVAR trial 1): randomised controlled trial. Lancet 2005 Jun 25; 365.2179-21864. EVAR trial participants. Endovascular aneurysm repair and outcome in patients unfit for open repair of abdominal aortic aneurysm (EVAR trial 2): randomised controlled trial. Lancet 2005 Jun 25; 365: 2187-2192.5. Jan D. Blankensteijn JD et al. or the Dutch Randomized Endovascular Aneurysm Management (DREAM) Trial Group. Two-Year Outcomes after Conventional or Endovascular Repair of Abdominal Aortic Aneurysms. N Engl J Med 2005 Jun 9; 352:2398-2405
6.Lederle FA et al. Systematic Review: Repair of Unruptured Abdominal Aortic Aneurysm. Ann Intern Med 2007 May 15; 146:735-741

Aneurismi dell’aorta addominale: lo screening



Aneurismi dell’aorta addominale: lo screening

02 settembre 2007

cardiovascolareUna messa a punto su alcuni aspetti critici degli aneurismi dell'aorta addominale. In questa seconda parte si parlerà dello screening.

Potrebbe lo screening mediante esame ecografico degli aneurismi dell’aorta addominale ridurre la mortalità specifica?
Già uno studio di dimensioni ridotte (oltre 6000 uomini di età > 65 anni) aveva dimostrato che lo screening può ridurre la mortalità specifica: dopo 10 anni di follow-up si registrò una riduzione del 21% dei decessi causati dagli aneurismi aortici addominali. Tuttavia lo studio non aveva un potere statistico tale da raggiungere la significatività [1]. Più chiarezza viene dai risultati dello studio MASS [2], un trial clinico randomizzato e controllato su quasi 68.000 uomini (età 65-74 anni), che dimostrò che lo screening potrebbe ridurre la mortalità dovuta agli aneurismi di oltre il 40%. Bisogna screenare 710 soggetti per evitare un decesso dovuto ad aneurisma. Rimane da stabilire l’efficacia dello screening nelle donne, anche se studi precedenti sembrano negare un qualche beneficio, probabilmente perche' tale patologia nelle donne e' molto meno frequente. Un altro punto critico è come riuscire a tradurre nella pratica i risultati dello studio. Un follow-up a 7 anni dello studio MASS [6] conferma che lo screening riduce la mortalità specifica del 47% (HR 0,53; IC95% 0,42-0,68), ma la riduzione della mortalità totale non raggiungeva, per poco, la significatività statistica (HR 0,96; IC95% 0,93, 1,00).In un altro trial [4] sono stati sottoposti a screening i maschi residenti nella Contea di Viborg (Danimarca) di età compresa tra 64 e 73 anni. Gli end point principali erano rappresentati da mortalità specifica per aneurisma dell'aorta addominale (AAA), mortalità totale e interventi di emergenza dovuti all'AAA. Il follow-up medio è stato di 52 mesi. La mortalità specifica risultò ridotta del 67% (IC95% 29% - 84%; NNT 352), quella non dovuta ad aneurisma risultò ridotta in modo non significativo dell' 8%.
Anche una revisione Cochrane conclude che lo screening riduce la mortalità specifica negli uomini di età compresa tra 65 e 79 anni, ma non quella totale, probabilmente a causa della bassa frequenza delle morti causate dalla rottura di un aneurisma [5].
La United States Preventive Services Task Force (USPSTF) ha pubblicato delle linee guida [3] sullo screening degli aneurismi dell'aorta addominale effettuato tramite esame ecografico dopo aver passato in rassegna la letteraratura al riguardo. Le conclusioni della Task Force sono le seguenti:1) l'ecografia addominale è affidabile nell'identificare gli AAA (sensibilità del 95% e specificità quasi del 100%) purchè l'esame sia effetuato da personale dedicato2) negli uomini di 65-75 anni che fumano o che hanno fumato in passato lo screening ed il trattamento chirurgico degli AAA più voluminosi (>= 5,5 cm di diametro) diminuiscono la mortalità specifica legata alla loro rottura3) lo screening però può avere anche effetti negativi legati alle complicanze dell'intervento chirurgico (infarto, insufficienza respiratoria e renale, ischemia spinale, infezioni della protesi) e alla mortalità operatoria (4% circa)4) non ci sono raccomandazioni specifiche per gli uomini di 65-75 anni che non hanno mai fumato in quanto in questi pazienti gli AAA voluminosi meritevoli di trattamento chirurgico sono poco frequenti rispetto ai fumatori della stessa età per cui il beneficio potenziale dello screening è modesto5) nelle donne lo screening non viene raccomandato in quanto la frequenza degli AAA è bassa è i benefici dello screening sarebbero inferiori ai rischi.
Renato Rossi

Referenze1. Br J Surg, 2002, 89: 861-864
2. The Multicentre Aneurysm Screening Study Group. The Multicentre Aneurysm Screening Study (MASS) into the effect of abdominal aortic aneurysm screening on mortality in men: a randomised controlled trial. Lancet 2002; 360:1531-1539
3. U.S. Preventive Services Task Force. Screening for Abdominal Aortic Aneurysm: Recommendation
Statement. Ann Intern Med 2005 Feb 1; 142:198-2114. Lindholt JS et al. Screening for abdominal aortic aneurysms: single centre randomised controlled trial. BMJ 2005 Apr 2;330:750
5. Cosford PA, Leng GC. Screening for abdominal aortic aneurysm. in The Cochrane Library. Art. No.: CD002945. DOI:
10.1002/14651858.CD002945.pub2. 6. Kim LG et al. for the Multicentre Aneurysm Screening Study Group. A Sustained Mortality Benefit from Screening for Abdominal Aortic Aneurysm. Ann Intern Med 2007 May 15; 146:699-706